Esposizione aperta al pubblico nei giorni di sabato e domenica dalle 15.00 alle 18.30

fino a domenica 19 marzo 2017 Presso le sale del Palazzo Dandolo Via Tullio Dandolo, 55 – Adro(BS)definitiva

DIS-NORMALITA’: il sorgere di un neologismo.

“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” – L.Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus  (1918), proposizione  5.6

“Non vi sono fatti ma solo interpretazioni” – F.Nietzsche, Frammenti (1885-1887).

E’ tra queste due famose frasi che si sviluppa il percorso iconico della mostra, tra normalità, anormalità, disnormalità. La normalità, termine che deriva da “norma”, significa squadra, strumento atto a misurare gli angoli. Da norma deriva il termine latino “normalis”, che significa perpendicolare, retto. Normale è ciò che richiama alla consuetudine, alla regolarità, all’ordine, all’esattezza. Anormale è l’incrocio tra “anormalis” e “anomalus” (dal greco anomalia, diverso, non unito, non simile, non regolare) e rimanda all’irregolare, a ciò che fa paura perchè non retto, non esatto, disunito, non controllabile. L’arte si pone tra questi estremi, cercando regolarità tra l’irregolarità, l’esattezza tra il disordine, rendendo consueto l’inconsueto.

La mostra porta con sé alcune domande fondamentali che stanno alla base e a cui bisogna tornare, non solo nell’arte, ma in molti campi del contemporaneo.

Non cercare il CHI ma il COS’E’. Non chi decide (i critici?)  cosa è arte, ma cos’è arte e qual è la sua funzione oggi. La condanna platonica aleggia ancora intorno a noi più forte di prima.

L’arte è tutto ciò che gli esseri umani definiscono arte.

Ognuno ha dentro di sè un concetto d’arte che è parte della coscienza umana. Alcuni sono in grado di esprimerlo, rendendolo visibile, portandolo fuori di sé, altri no. Altri lo seppelliscono dentro di sé. L’arte risulta essere un coinvolgente dialogo interiore che può durare  tutta la vita, uno sforzo interiore alla ricerca di sè. Il Romanticismo ha diffuso l’idea dell’artista fuori dalle regole, irregolare per definizione. Con la morte dell’arte, nella seconda metà del secolo breve, l’artista si è trasformato in venditore di se stesso, sostenuto da critici abili pubblicitari e furbi commercianti.

Ogni essere umano è un’artista e ha in sé un aspro confronto tra regolarità ed irregolarità, tra normalità subita e anormalità desiderata e viceversa. Disnormalità, neologismo da noi creato e che rivendichiamo, è la lacerazione che ci portiamo dentro e che ci obbliga ad esistere su di un filo teso tra due abissi. Disnormalità è la condizione intermedia di chi non si riconosce tra i due opposti, è la condizione di chi non è riconosciuto, di chi non si sente rappresentato dai due poli. Le paure della globalizzazione, che sarebbe miope e controproducente negare, nascono, crescono e si diffondono come risultato di una compressione interna fortissima determinata da una compressione esterna altrettanto potente. La mostra pone al centro una riflessione tra queste paure.

Paolo Cantù    marzo 2017

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