Tarocchi come macchina filosofica

” Nel molteplice aspetto delle figure dei Tarocchi si narra la storia dell’uomo alla ricerca di se stesso, nel mondo delle idee originarie innate di Platone, Plotino e Proclo, che anticipò il moderno concetto degli archetipi, l’analisi psicologica di Jung e la sua teoria della sincronicità. Il mazzo dei Tarocchi descrive il percorso identificativo nel grande gioco delle corrispondenze in cui niente avviene a caso, dove ogni cosa è in relazione con tutte le altre nella rete di entanglement dell’unico campo psichico. […]
In questo contesto olistico i Tarocchi sono una “macchina filosofica” capace di interpretare la realtà. [… ]
I Tarocchi utilizzano linguaggi simbolici,” (su questo punto tornerò personalmente a breve, mia nota personale) ” ermetici e paradossali per aprire scenari di ricerca interiore e di conoscenza che invitano l’uomo del XXI secolo a riconoscere il proprio ruolo nel mondo, e a riconoscersi come artefice del proprio (cosiddetto) destino, in analogia con il sogno umanistico del rinascimentale Homo faber. L’utilizzo filosofico dei Tarocchi tende a responsabilizzare l’uomo nelle sue sceltebindividuali e collettive, invitandolo a intraprendere un cammino evolutivo di conoscenza, coscienza e consapevolezza di fronte al mistero della vita. I Tarocchi possono aiutarci a porre le giuste domande alla nostra coscienza, fino al punto da farci identificare in essa piuttosto che nei virtuali ruoli che la nostra personalità assume nei vari contesti”
Giovanni Pelosini “Tarocchi. Il codice segreto del Rinascimento”, La Lettura Corriere della Sera, 5 agosto 2017

 

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Arte come esperienza

Tra i nuovi modi di fare arte cioè di stabilire un contatto con il fruitore di un opera ci sono l’istallazione e la performance. Riflettendo con Duchamp ciò che noi chiamiamo significato non è solo in chi crea l’opera ma anche in chi la guarda quindi non è più un oggetto “gettato” nel mondo, cosa tra le cose, ma diventa esperienza e come tale vissuta in tempo reale. 

“Un’istallazione non è una scultura o un dipinti in senso tradizionale, ma crea un’esperienza che può essere estetica, ma allo stesso tempo enigmatica e irrisolta”

Acton M. “Guardare l’arte contemporanea” Einaudi 2008.

Istallazione a Rovato “Horcynus Orca” 2017

Cos’è un quadro?

Per il solo fatto di aver “gettato” dei colori su di una tela, un quadro  è,  per definizione, un’opera d’arte. E questo indipendentemente dall’esito ottenuto. Un quadro è, sempre, una rappresentazione artistica (che altro potrebbe essere?), è stato inventato a questo scopo,  opera d’arte anche contro la volontà stessa dell’autore. E il valore economico dipende solo dal suo valore simbolico. 

Cromoconoscenza

Sul colore:cromoconoscenza

Il colore è il risultato di un confronto comparato tra le differenti lunghezze d’onda riflesse da una superficie e quelle riflesse dalle superfici circostanti. Tale rapporto rimane invariato malgrado il variare continuo delle condizioni d’illuminazione. Il cervello mantiene costante il colore grazie a questo meccanismo

La differenza

La differenza.

Differenza tra me e te, tra un pezzo di marmo ed un giglio bianco. Dov’è celata la differenza? Forse nel marmo? Nel giglio? Nell’evento del loro incontro? Nello spazio che abitano? Nel tempo che condividono?  

Nel tempo la differenza su tramuta in cambiamento, trasformazione. 

La differenza è astrazione. Noi facciamo differenze. Ogni differenza che troviamo, che attribuiamo e a cui crediamo è nella nostra mente.

Disnormalità

Esposizione aperta al pubblico nei giorni di sabato e domenica dalle 15.00 alle 18.30

fino a domenica 19 marzo 2017 Presso le sale del Palazzo Dandolo Via Tullio Dandolo, 55 – Adro(BS)definitiva

DIS-NORMALITA’: il sorgere di un neologismo.

“I limiti del mio linguaggio sono i limiti del mio mondo” – L.Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus  (1918), proposizione  5.6

“Non vi sono fatti ma solo interpretazioni” – F.Nietzsche, Frammenti (1885-1887).

E’ tra queste due famose frasi che si sviluppa il percorso iconico della mostra, tra normalità, anormalità, disnormalità. La normalità, termine che deriva da “norma”, significa squadra, strumento atto a misurare gli angoli. Da norma deriva il termine latino “normalis”, che significa perpendicolare, retto. Normale è ciò che richiama alla consuetudine, alla regolarità, all’ordine, all’esattezza. Anormale è l’incrocio tra “anormalis” e “anomalus” (dal greco anomalia, diverso, non unito, non simile, non regolare) e rimanda all’irregolare, a ciò che fa paura perchè non retto, non esatto, disunito, non controllabile. L’arte si pone tra questi estremi, cercando regolarità tra l’irregolarità, l’esattezza tra il disordine, rendendo consueto l’inconsueto.

La mostra porta con sé alcune domande fondamentali che stanno alla base e a cui bisogna tornare, non solo nell’arte, ma in molti campi del contemporaneo.

Non cercare il CHI ma il COS’E’. Non chi decide (i critici?)  cosa è arte, ma cos’è arte e qual è la sua funzione oggi. La condanna platonica aleggia ancora intorno a noi più forte di prima.

L’arte è tutto ciò che gli esseri umani definiscono arte.

Ognuno ha dentro di sè un concetto d’arte che è parte della coscienza umana. Alcuni sono in grado di esprimerlo, rendendolo visibile, portandolo fuori di sé, altri no. Altri lo seppelliscono dentro di sé. L’arte risulta essere un coinvolgente dialogo interiore che può durare  tutta la vita, uno sforzo interiore alla ricerca di sè. Il Romanticismo ha diffuso l’idea dell’artista fuori dalle regole, irregolare per definizione. Con la morte dell’arte, nella seconda metà del secolo breve, l’artista si è trasformato in venditore di se stesso, sostenuto da critici abili pubblicitari e furbi commercianti.

Ogni essere umano è un’artista e ha in sé un aspro confronto tra regolarità ed irregolarità, tra normalità subita e anormalità desiderata e viceversa. Disnormalità, neologismo da noi creato e che rivendichiamo, è la lacerazione che ci portiamo dentro e che ci obbliga ad esistere su di un filo teso tra due abissi. Disnormalità è la condizione intermedia di chi non si riconosce tra i due opposti, è la condizione di chi non è riconosciuto, di chi non si sente rappresentato dai due poli. Le paure della globalizzazione, che sarebbe miope e controproducente negare, nascono, crescono e si diffondono come risultato di una compressione interna fortissima determinata da una compressione esterna altrettanto potente. La mostra pone al centro una riflessione tra queste paure.

Paolo Cantù    marzo 2017